Il momento del sonno era nero e freddo come una notte d’inverno. Mi trovavo ad affrontarlo sola nel mio lettino: le ombre e gli scricchiolii si ingigantivano; ben presto cominciavano le fughe verso la camera dei miei genitori, che si trovava in fondo ad un lunghissimo e buio corridoio. Quelle esasperanti rincorse, alternate da preghiere e minacce, duravano per tutta la notte. I bambini devono dormire da soli, punto. Ancora oggi il momento del sonno non mi trova mai davvero pronta. Devo ingannarlo con un libro, un film o con qualche diversivo, perché trovo assordante quel silenzio in cui il corpo si abbandona e si spegne. Sono diventata mamma, e i miei studi di educatrice si sono mescolati al perturbante della mia infanzia. I bambini devono dormire soli, punto. Mia figlia è nata alle sei di sera. Quella prima notte insieme l’ho sdraiata sul mio petto. Era leggera, piccolissima e avevo paura smettesse di respirare. E lì ha riposato per molte altre notti. Ho capito che non è difficile tanto dormire da soli, quanto addormentarsi da soli: accettare che il corpo scivoli nel grande buio, nel silenzio misterioso dei sogni.

Le ninna-nanna intonate dalle mamme di ogni epoca, paese e cultura incarnano il tentativo -spesso disperato- di facilitare l’addormentamento del bambino: quelle filastrocche della notte sono spesso colme di minacce sussurrate con voce dolcissima. “Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do? Lo darò all’Uomo Nero, che lo tiene un anno intero”. Nelle parole delle ninna-nanna si mescolano visioni oniriche di boschi, animali, quasi come si fosse già a metà strada fra il sogno e la realtà: E ninna nanna e ninna nanna, nessuno ti vuole bene come la mamma. E ninna nanna e ninna vola, è morta la gallina sulle uova” (ninna nanna modugnese). Il regno del sonno è un regno misterioso: tutte le notti si parte per un viaggio in cui siamo soli, viandanti in una terra a metà fra la vita e la morte. Ed infatti, molto spesso, la morte viene citata in quelle tenere filastrocche dell’aldiqua: “e sulla mia tomba/Ci metterò una rosa/Arrivederci sposa/Non ci vedremo più” (Ninetta và nell’orto, ninna nanna siciliana). La voce e il corpo della mamma traghetta il suo bambino verso quel viaggio notturno. Un giorno quella voce e quel corpo faranno parte del cuore e della carne del bambino, risuoneranno in lui come echi lontani e chiuderà gli occhi senza paura, senza solitudine.  

Le splendide illustrazioni che accompagnano questo articolo sono tratte dall’albo illustrato “Quasi ninna quasi nanna” di Mariana Chiesa, edito da Orecchio Acerbo.