Lessico famigliare

 

Un’altra settimana è terminata. Stamattina, davanti al caffè, prima di andare al Burattinificio, sfogliavo “Winnie Puh” di A.A. Milne. Ne ho letto qualche passo a mio marito, perché i dialoghi surreali e le maniere affettate degli animali di pezza mi divertono.

“Ma è davvero il tuo compleanno?” domandò Puh ad Isaia.

“Sì”

“Oh! Bè, cento di questi giorni, Isaia”.

“E cento di questi giorni a te, Orso Puh”.

“Ma non è il mio compleanno”.

“No, è il mio”.

“Ma tu hai detto ‘cento di questi giorni’…”.

“Bè, perché no? Non vorrai esserci ai miei prossimi compleanni?”

“Ah, capisco, certo che sì” rispose Puh.


La “sottile ironia inglese”, così l’ha chiamata Nader. Nel racconto fanno capolino lo stesso Milne e il suo bambino, Cristopher Robin. Come quasi tutti ormai sanno, proprio grazie al cartone animato di Disney, che l’ha reso famoso, Winnie Puh è l’orsetto di pezza di Cristpher Robin e vive in un bosco immaginario con gli altri pupazzi di pezza: Coniglio, Porcelletto, Isaia. Il bosco immaginario nasce dal lessico famigliare fra Milne babbo e Milne figlio: giocando insieme inventano storie e dalle storie nasce quel capolavoro che è “Winnie Puh”. Vista così sembra una vicenda dolcissima, ma c’è un retroscena amaro del quale non tutti sono a conoscenza: è lo stesso Cristopher a raccontarlo nell’autobiografia “The Enchanted Places”. Robin, crescendo, sviluppò un’insofferenza verso il padre e verso i libri che mettevano in scena la sua infanzia, mettendola alla mercé di tutti.


Mentre riflettevo su tutto questo pensavo che il linguaggio d’amore è segreto. Nei miei spettacoli c’è molto del mio lessico famigliare: quando la nonna Teresa sgrida il cacciatore Gino che non trova le forbici -anche se sono davanti al suo naso- o quando l’orchetta Umma fa i capricci con il babbo Orco. In questi personaggi ci sono parti di me, della mia vita e forse l’arte è anche questo: saper esprimere sentimenti profondi di se stessi attraverso le proprie opere e non credo sia necessario svelare la propria intimità. Se fossi stata Cristopher Robin anch’io mi sarei risentita. Anzi, mi sarei sentita tradita. Quando ero piccola correvo nell’enorme letto di mio nonno e lui mi raccontava le fiabe: c’era la Principessa Minni, Clarabella, l’Ippogrifo, Sigfrido, il Re Artù, il Drago Elliot. Erano fiabe che nascevano da un copia-incolla di cartoni animati, racconti mitologici, fiabe, fumetti. Sono felice che quei racconti siano rimasti solo nostri e che ancora oggi siano il nostro segreto.

C’è un ricco filone di fiabe con una trama ricorrente: un uomo arriva in un castello incantato e viene ospitato con ogni riguardo da animali o da presenze invisibili. Allora compare la padrona di casa, che ha il volto coperto: l’uomo si fa prendere dalla smania di scoprire l’identità segreta della dama e le strappa il velo dal viso. Questa impazienza prolungherà l’incantesimo di molti anni. La pazienza e la segretezza sono i pilastri dell’amore, questo ci dicono sottilmente le fiabe, e questo è quello che penso anch’io.

Vi ricordo gli appuntamenti di questa settimana: sabato 19 settembre alle ore 17,30 presso la Parrocchia di S.Teresa del Bambin Gesù in Via Fiacchi, 6 a Bologna, ci sarà il mio spettacolo “La fiaba del naso d’argento”. L’ingresso è gratuito. Ci saranno anche musica, stand gastronomici e pesca. Le feste di parrocchia mi piacciono molto per l’atmosfera di gioia e condivisione, dopo lo spettacolo non ci facciamo mai mancare le crescentine preparate dalle nonnine della parrocchia.

Questa settimana comincio inoltre i colloqui con le mamme per Buratti-Nido. Se avete voglia di visitare i locali di Burattinificio e parlare con me chiamatemi al 3465871003.

Come ogni lunedì siamo in partenza per il Delta, che ci accoglierà questa volta con un sottile strato di nebbia piovosa. Buon inizio settimana a tutti.