Sono stata contattata dall’insegnante di una scuola dell’infanzia di provincia in cui, a dicembre scorso, avevo eseguito lo spettacolo “L’Epifania della Strega dello Zucchero Filato”. Lo spettacolo era stato scelto perché era il più inerente al tema del Natale: parla infatti del viaggio, sospeso tra sogno e incubo, di una bambina nella notte dell’Epifania. Anche questa volta mi è stato richiesto uno spettacolo a tema natalizio, ho risposto che io non lavoro per tematiche -Natale, Pasqua, pace- dunque non ho nulla in repertorio ad hoc. L’unico lavoro che potrebbe avvicinarsi a questa esigenza è “La fiaba della Regina della Neve”, liberamente ispirato al testo di H. C. Andersen. “Non c’entra con Frozen, vero?”, chiede la maestra, la rassicuro: c’entra con la fiaba di Andersen, che le riassumo brevemente e di cui il mio testo non perde il filo conduttore. Aggiungo che  il mio spettacolo è visibile su YouTube in versione integrale e che lei e le sue colleghe potranno valutare serenamente se risponda alle loro esigenze didattiche/educative. Come faccio sempre ho inoltrato quindi la mail in cui illustro il mio lavoro. L’educatrice mi ha risposto: “grazie per la email, siamo in attesa che tutte le colleghe visionino lo spettacolo per vedere se può andare (ad alcune sembra un po’ paurosa e chiedono se si possono fare alcune modifiche, es un mago al posto del diavolo ed evitare la scheggia nell’occhio ma ad es in un dito), stiamo anche visionando le altre storie, appena possibile ti farò sapere quale storia preferiscono”. 

Appena ho letto la mail ho provato immediatamente una sensazione di amarezza. Ma, d’altronde, non era la prima volta che mi trovavo di fronte a simili richieste. Una mamma una volta mi chiese se potevo cambiare la trama di Cappuccetto Rosso, non facendola andare nel bosco da sola, perché la sua bambina diceva che solo una mamma degenere l’avrebbe permesso. Poi ci fu una coppia che portava abitualmente i bambini al mio burattinificio, un giorno il padre mi disse che non sarebbero più tornati perché i bambini si svegliavano di notte dicendo che avevano paura della strega di un mio spettacolo. Ma era davvero la strega a far paura a quei bambini? Ed era davvero la madre noncurante di Cappuccetto Rosso a turbare quella bambina? Io penso di no. Penso che la paura fosse già nata in loro, ed avesse trovato la sua incarnazione nella strega e nella mamma abbandonante.

Ho sempre amato la paura. Era, fra le varie “emozioni primarie”, quella che destava in me più curiosità. Sono stata una bambina intrepida e al contempo paurosa, proprio come tanti bambini che incontro agli spettacoli. Amavo esplorare, addentrarmi nella vita, nonostante tutte le sue zone d’ombra. Tremavo per il Lupo che temevo si nascondesse in fondo al mio letto e per la porta socchiusa dello sgabuzzino. Ma poi leggevo “Vampiretto” di Angela Sommer Bodenburg, “Le Streghe” di Roald Dahl e, naturalmente, tutti i libri di fiabe che mi capitavano fra le mani. Mia madre, ogni tanto, provava ad addolcire i finali di certe fiabe cruente, ma la verità, presto o tardi, veniva a galla. Barbablù aveva davvero lasciato le mogli agonizzanti in cantina, il padre di Pelle d’asino voleva davvero sposare la figlia e la madre di Cappuccetto Rosso la lasciava davvero andare da sola nel bosco. Da adulta ho cominciato a chiedermi, anche in funzione del mio mestiere, perché la paura fosse così accattivante e, al contempo, necessaria per l’essere umano. In particolare volevo comprendere se potesse essere utile, per un bambino, vivere simbolicamente, attraverso la fiaba e il gioco, la sensazione della paura. Così ho concentrato i miei studi e le mie letture su questo. Ogni raccontastorie ha un tema che gli preme particolarmente. Il mio è di certo questo. Ho quindi cercato di spiegare il mio punto di vista alla maestra: “Mi permetto di rispondere in maniera un po’ articolata alla richiesta delle tue colleghe di cambiare qualche elemento della fiaba per renderla meno paurosa, poiché la questione mi preme molto. Ho scelto di lavorare con le fiabe perché credo siano il modo migliore per comunicare con i bambini sui temi universali, tra i quali c’è anche la paura. La fiaba utilizza la metafora per affrontare questi temi. I bambini hanno bisogno di conoscere gli aspetti profondi dell’esistenza e la fiaba, poiché utilizza un linguaggio metaforico, non certo realistico, è il modo migliore per guidarli nella scoperta di cose che altrimenti scoprirebbero comunque, ma da più grandi, e senza la guida degli adulti che li hanno a cuore. Un diavolo può far paura, ma quanto è più terribile la crudeltà di una persona in carne e ossa? Un diavolo può spaventare durante lo spettacolo, ma poi lo spettacolo finisce e il diavolo è stato sconfitto ed è rimasto nel mondo della fantasia. Vi è poi l’antico timore che i bambini si sognino la notte il diavolo, la strega e non riescano a dormire. Bettelheim, che fu studioso delle fiabe e psicologo infantile, diceva che laddove ai bambini vengono tolti i racconti fantastici, i bambini ricercano il fantastico in oggetti della quotidianità: possono arrivare a trasferire la propria paura su un ventilatore o su un armadio socchiuso. La paura non può essere fermata, perché esiste, al di là delle streghe e degli orchi, e fa parte della vita. La vita dei nostri bambini, d’altronde, è fatta di paure: paura di non essere bravi, di non avere amici, paura di crescere. Un diavolo e una scheggia sono niente a confronto. C’è un motivo se le fiabe di Andersen, dei Grimm, di Calvino, sono arrivate a noi così come sono: contengono tutta la paura, il male, il bene e l’amore di cui l’uomo è capace. Questa, secondo me, è la lezione più bella che possiamo insegnare ai bambini: che il mondo è pieno di tutti questi sentimenti e loro possono diventare grandi imparando a conoscerli e a domarli. In ogni caso ho un repertorio abbastanza ricco, quindi se ritenete che “La fiaba della Regina della Neve” sia troppo per i vostri bimbi, potete scegliere un altro titolo. Però, come d’altronde avete già avuto modo di vedere assistendo a “Sofia e la strega”, lo spettacolo che vi ho portato l’anno scorso, tutta la mia poetica gira intorno all’eterna lotta fra il Bene e il Male, quindi in quasi tutti i miei spettacoli troverete sempre un Orco, un Diavolo, una Strega, a volte anche la Morte”. La risposta, lapidaria, è arrivata a meno di 24 ore: “Grazie per tutto il tempo che hai impiegato per noi e per la gentile e articolata risposta; le colleghe ringraziano per averci rinfrescato la memoria su alcune nozioni base di psicopedagogia, ma su richiesta della maggioranza,rinunciamo allo spettacolo, scusami per il disturbo, cordiali saluti”. Ho quindi telefonato alla maestra: le ho detto che non comprendevo l’ostilità della sua risposta e che il mio proposito era solo di svolgere al meglio il mio lavoro. La maestra mi ha risposto che erano state le sue colleghe ad offendersi e lei si era limitata a riportare le loro parole. Mi ha detto anche che i genitori, l’anno scorso, si erano lamentati per le scene troppo cruente del mio spettacolo. Nella loro scuola, ha concluso, a causa del variegato e difficile contesto, era difficile affrontare attività “anche molto più importanti” della mia. 

La prima riflessione che ispira in me questo episodio nasce dalla modalità vendicativa con la quale sono stata liquidata. La passione nel rispondere alle richieste di modifica del mio testo è stata scambiata per superbia. Una professionista che motiva in maniera articolata le proprie ragioni merita di essere congedata con quattro righe sarcastiche?  Merita che le venga tolto un incarico a cuor leggero perché le maestre si sono sentite messe in discussione come pedagoghe? “Noi maestre abbiamo la coda di paglia”, mi  è stato detto al telefono, “Perché ormai veniamo attaccate da chiunque”. Questo è un dato di fatto. Fare la maestra è usurante, talvolta frustrante, specie nei nidi e nelle materne. I frutti dei continui tagli e della ormai costante svalutazione della scuola pubblica si vedono e si sentono. La formazione di un insegnante è quasi esclusivamente teorica e non vi sono criteri di selezione che vadano oltre i titoli ottenuti. Un’emotività equilibrata, che non faccia continuo riferimento al proprio “perturbante” -come diceva il mio prof. di Pedagogia, Maurizio Fabbri- è indispensabile per chi opera nella scuola. Questi presupposti delegano la capacità professionale di un insegnante a doti singolari, soggettive, non prevedibili e mutabili.

La seconda riflessione riguarda la prassi, In atto presso molte scuole, di cercare un artista che venga a svolgere da fuori il proprio lavoro con gli studenti. La logica vorrebbe, dal momento che si é contattato un professionista, che non si voglia insegnargli il mestiere, ma apprenderne alcuni rudimenti per trasmettere qualcosa di nuovo ai bambini. Visto lo sprezzo che ho constatato, sia quando mi è stata chiesto a cuor leggero di modificare la fiaba di Andersen, sia quando ho osato esprimere la mia opinione, sono giunta alla conclusione che, forse, organizzare uno spettacolo di teatro di figura tenuto da un professionista equivale, per alcune maestre, a far eseguire i “lavoretti” ai bambini per Natale. “Lavoretti” (lo stesso vezzeggiativo esprime una svalutazione di quanto eseguito) che in molte scuole -non tutte- vengono eseguiti dalle maestre, perché altrimenti sarebbero troppo brutti per essere mostrati alle famiglie. Ma al bambino, cosa resta di quell’esperienza? Che cosa ha appreso? Nulla. Tutto deve essere inoffensivo, edulcorato, pulito, per non turbare la sensibilità di qualcuno, per non suscitare critiche o polemiche. Ma allora, mi chiedo, a cosa serve la scuola, se le opinioni vengono tutte appiattite e se non vi è possibilità alcuna di dibattito perché si ha troppa paura?

L’ultima riflessione riguarda una frase della mail nella quale mi è stato comunicato che il mio spettacolo era stato cancellato: “nozioni base di psicopedagogia”. Se le maestre ritenevano che le motivazioni che ho addotto per spiegare il mio rifiuto a modificare la fiaba fossero basate su “nozioni base di psicopedagogia”, perché hanno cancellato il mio spettacolo? Mi sono data due possibili risposte: la prima è che forse sentivano di poter venir meno a quelle “nozioni base” perché non volevano creare bagarre con i genitori; il che è grave, perché se si segue una linea pedagogica dovrebbe essere difesa e adeguatamente giustificata nonostante le proteste da parte delle famiglie, altrimenti a che serve la scuola? In questi anni stanno vorticosamente aumentando gli esperimenti di “homeschooling” ed “educazione parentale”. Tutto questo ha un motivo: sempre più genitori vogliono avere il controllo diretto su ogni aspetto della vita del figlio, da cosa mangiare a cosa studiare. In questo modo non c’è spazio per la diversità: il mondo familiare diventa l’unico mondo possibile. La scuola, davanti al propagarsi di questa -pericolosa- tendenza dovrebbe a maggior ragione rivendicare la propria identità. Quelle “nozioni base di psicopedagogia” andrebbero difese a spada tratta. La seconda risposta che mi sono data a questa rinuncia è altrettanto inquietante: non c’entrano i genitori, ma è una rinuncia a priori. Molti insegnanti hanno abdicato al proprio ruolo ancor prima di cominciare. Quando qualcuno ricorda agli altri cosa vuol dire educare, viene allora trattato come un ingenuo o un presuntuoso, uno che si può permettere di fare bei discorsi perché non vive nella realtà quotidiana. Vorrei una scuola che non viva nel segno del meno peggio. Vorrei una scuola fatta di persone che comprendano il loro fondamentale ruolo nell’educare, non solo nell’istruire. Questa non è utopia, non è superbia, è amore per gli esseri umani ed è l’essenza del mio mestiere. Racconto la paura perché vorrei che i bambini, un giorno, da adulti, abbiano il coraggio di soffrire, di vivere.

Le immagini che accompagnano questo articolo sono tratte dallo splendido albo illustrato “TINEKE E MARIKE, i cigni di Acqua Antica” di Carolina D’Angelo e Octavia Monaco, un racconto di due sorelle così eteree ed ultraterrene che furono messe al bando dagli uomini, i quali non potevano comprendere ed accettare la loro diversità. Questo libro è giunto a me, inaspettato, per posta, ed è il dono di una donna speciale che sento già amica. Forse anche lei, che è un cigno d’acqua antica, ha sentito quanta voglia avessi di volare.