Alice nel cestino dei tesori

Alice nel cestino dei tesori

Un’altra settimana è terminata e con essa termina l’inserimento burattinidesco. Martedì è il primo giorno di scuola ed io preparo la prima attività strutturata: Alice nel cestino dei tesori.

La sala del Burattinificio, ora anche Burattinido

La sala del Burattinificio, ora anche Burattinido

Il cestino dei tesori lo riempio con oggetti di casa; due imbuti, tre grattuge (piccola, media e grande), un matterello, un colino, spugnette… i bambini sono attirati dagli oggetti domestici più che dai costosi giocattoli. Io stessa, quando ero piccola, passavo ore a giocare con tazzine, forchette, bigiotteria. I bambini amano scoprire il mondo e la conoscenza del mondo ha inizio all’interno della casa, aprendo i cassetti e scoprendo cosa si nasconde al loro interno. E poi c’è Alice. Nel 2003, quando frequentavo la scuola per burattinai, facemmo il tour delle scuole dell’infanzia di Cervia con “Alice!”, un vecchio spettacolo di “Arrivano dal Mare” liberamente ispirato all’Alice Cascherina di Rodari. Alice era una piccola marionetta che si barcamenava in un mondo più grande di lei. Entrava in cucina, in bagno, nel cestino dei gomitoli della nonna ed ogni oggetto con cui entrava in contatto diventava personaggio della sua storia. Questo spettacolo mi piaceva moltissimo tanto che, quando ho fatto tirocinio al nido, ho deciso di proporlo. Ho scritto ed illustrato un libretto con le avventure di Alice. Ho chiesto quindi alle educatrici di leggerlo ai bambini più volte possibile. Una volta che i bambini hanno preso confidenza con la storia, l’ho portata “in carne e ossa”-o in “carne e legno”, come diciamo noi burattinai- all’asilo. Lo spettacolo piacque molto e ne seguì un laboratorio di scoperta degli oggetti. Ogni bambino può immedesimarsi in Alice, perché è un piccolo in un mondo di grandi.

L'allegra brigata

L’allegra brigata

Questo libretto risale al 2006.  Nel mio lavoro nulla è andato perso; con il tempo, tutto quello che ho creato, anche tanto tempo fa, ha acquisito valore aggiunto. Rivedo a me stessa quando facevo questi disegni: insicura, spaventata dal futuro, incerta della propria identità come burattinaia e come educatrice. Con gli anni ho scoperto che questa insicurezza si combatte con la costanza, lavorando anche nei momenti più bui, procedendo dritti verso il proprio obiettivo anche quando l’obiettivo appare sbiadito. La costanza l’ho imparata conoscendo mio marito, non perché me l’abbia insegnata lui, ma perché l’amore ti offre il dono di cui hai più bisogno; proprio come nelle fiabe, in cui un aiutante magico arrivato chissà da dove ti porge l’oggetto –metafora dell’emozione- che scioglie le avversità.

Angolo lettura a Burattinificio/Burattinido

Angolo lettura a Burattinificio/Burattinido

La riflessione sulle attività da proporre a Burattinido mi ha portato a ripensare alla necessità stessa di strutturare il tempo del bambino. Molti ritengono più educativo, specie quando i bambini sono così piccoli, non elaborare alcuna attività e lasciare che il bambino giochi per conto proprio. Poi, puntualmente, arriva sul web l’articolo che infiamma il dibattito. Questa settimana l’articolo incriminato è “Sono stufa di dover rendere l’infanzia dei miei figli magica”: la traduzione da inglese ad italiano non è delle migliori e l’articolo non è privo di una certa dose di superficialità (“ai miei tempi le cose andavano meglio”, “stavamo meglio quando avevamo di meno”) ed anche se riesce a cogliere alcuni aspetti reali della “nevrosi da attività” (ed un giorno scriverò perché, secondo me, ha luogo) che assale molti genitori contemporanei, questo articolo, come molti altri che parlano dell’infanzia, non è di alcuna utilità perché il tono è provocatorio e contribuisce solo alla creazione di due schieramenti: gli adulti che rinfacciano ad altri adulti di non avere voglia di fare nulla con il proprio bambino; adulti che accusano altri adulti di viziare troppo i propri bambini e di obnubilare la loro fantasia a forza strutturare il loro tempo.

Pimpa e Armando

Pimpa e Armando

Credo che la verità sia lontana dai reciproci giudizi e che si ponga, come spesso accade, al centro del dibattito: quando si passa del tempo con il proprio bambino l’impegno dell’adulto dovrebbe essere rivolto non solo all’elaborazione dell’attività da fare insieme, quanto alla relazione che si instaura fra lui e il bambino nel corso di quella stessa attività. Il laboratorio segue un percorso determinato, quello che decidiamo a casa, nella quiete, ragionando con calma punto per punto. Un percorso procede dritto, senza ostacoli, senza deviazioni. Ma le deviazioni, quando si lavora con i bambini, sono indispensabili, perché bisogna farsi carico delle emozioni di cui i bambini sono portatori nel momento del laboratorio. Se un bambino ha dormito male o ha mal di pancia, manifesta la propria insofferenza. Il conduttore del laboratorio può reagire a questa insofferenza con altrettanta insofferenza oppure… può provare ad accoglierla, non giudicarla e cercare di portare a termine l’attività come può, magari in maniera imperfetta da un punto di vista tecnico, ma impeccabile dal punto di vista emotivo. In questo modo si lancia un seme nel giardino del bambino. Quel singolo seme non crescerà quel giorno, perché il terreno è troppo arido. Ma con il tempo, con la costanza –magari riproponendo la stessa attività in un altro momento- avrà la possibilità di germogliare.

La maschera di Leone

Le attività strutturate sono importantissime. Il gioco libero non può essere la sola risorsa nel percorso di crescita di un bambino. L’attività strutturata è un contenitore in cui il bambino apprende le regole del gioco: regole sociali (come deve comportarsi con gli altri bambini per essere approvato ed accettato) e regole d’apprendimento (se voglio realizzare un certo tipo di lavoro dovrò impegnarmi). Il bambino, attraverso l’attività strutturata, impara a darsi dei limiti, limiti che non può apprendere esclusivamente dal gioco non guidato Altrettanto importanti sono però i momenti di gioco libero, in cui il bambino impara anche ad annoiarsi e ad entrare a contatto con i propri vuoti. Anche nel gioco libero il ruolo dell’adulto è importante. Il bambino non deve percepirsi “abbandonato a se stesso”, ma libero di sperimentare, affiancato dalla presenza silenziosa ma vigile dell’adulto. Tutto ciò è possibile solo se non vi è giudizio da parte dell’adulto. Se un bambino pretende che giochiamo con lui perché “si sta annoiando”, la reazione dell’adulto non dovrebbe essere giudicante (“ai miei tempi giocavo ore ed ore da solo!”) ma serena, rassicurante –anche nel caso in cui il bambino si metta a fare i capricci-. E’ necessario far percepire al bambino che non c’è nulla di male ad annoiarsi e non sapere a cosa giocare, ed invitarlo a pensare con calma a cosa gli piacerebbe fare. Attraverso il tempo vuoto si entra a contatto con le proprie emozioni: i primi ad andare in difficoltà con la gestione del tempo vuoto siamo proprio noi adulti. Quando –incredibilmente- rimaniamo con le mani in mano, allora subito ci affrettiamo a riempire quel tempo con un aperitivo, un cinema, un libro. I bambini rispecchiano le nostre stesse debolezze. Il percorso di crescita diventa allora un’occasione di crescita comune: per il bambino ma anche per l’adulto.

Lungo le valli

Lungo le valli

Vi auguro una buona domenica, che per me trascorrerà fra lavatrici e pulizie varie, in attesa che arrivi sera e che con Nader si corra sul Delta, lungo quella che chiamiamo “la strada del pavone”, sappiamo noi perché. Buona fine e buon inizio settimana!