La festa del cielo

Albrecht Dürer, “Melencolia”

E così è finita l’estate dell’infanzia. In un lampo è cominciato un altro autunno dell’età adulta, anche se una coltre afosa ed umida seguita ad affossare il respiro della città. Le stagioni scandiscono il passo della vita, che è un passo sempre diseguale, il passo dell’essere umano alla ricerca di un “qualcosa” nascosto nel vasto mondo. Quel passo è a volte sicuro e gioioso, a volte sfinito ed incerto, la ricerca non è mai semplice, lo stato d’animo del cercatore può giovare all’impresa.

Il mio passo, ormai da alcuni mesi, si è fatto sempre più stanco. Sono stagioni. Ci sono momenti in cui la “melancholia”, come densa melassa nera, si posa sui piedi ed ogni atto diventa arduo. E così due delusioni professionali, ma specialmente umane, sommate ad una serie di problemi familiari, sono diventate la mia melassa ed hanno quasi inchiodato i miei calzari al terreno. Progetto BurattiNido, per il momento, non è partito. Dopo un primo momento di delusione, ho tirato un sospiro di sollievo, perché in fondo avevo bisogno di tornare a quella che è la mia vocazione, la mia passione primaria, ossia il teatro di figura. Insieme ad uno scultore, che vive fra le montagne della provincia di Lecco, stiamo terminando il progetto legato ai miei nuovi burattini, quelli che racconteranno le fiabe che per anni ho narrato con i miei pupazzi voodoo. Ho tante storie per la testa, quella dell’Orco Gallina che vive in fondo alla settima buca in cima ad una montagna, Giacomino che va a salvare la sua amica Emma, la strega Wanna Marchi che si accorda con Minghina per cucinare una pozione che provoca in chi la beve un devastante meteorismo. Ma è tutto intrappolato dentro di me, e ogni volta che cerco di estrarre quei fili magici, è come cavare un dente dalla bocca. Non ho paura di questo sentire, che mi sfinisce, so che è una questione stagionale, che io, come quasi tutti gli esseri umani, vivo anche di periodi di questo tipo. Bisogna aggrapparsi alla barca e aspettare che la tormenta passi. Perché prima o poi, passa. E la barca di cos’è fatta? La mia barca è fatta di sogni. Un mondo parallelo, non necessariamente fatto di coniglietti e rose, anzi, un mondo a volte cupo e buio, ma che si rivela un buon luogo in cui tornare, quando le cose nel Mondo Reale non vanno bene. Forse, proprio per questo motivo, uno dei film che ho più amato, fra i tanti film che amo, è stato “Il Labirinto del Fauno” di Guillermo Del Toro; un regista che, per come la vedo io, non ha più azzeccato niente dopo questo film, ma che continuo ad apprezzare come apprezzo tutti gli artisti che si chiudono nella loro Bottega a costruire mondi paralleli.

“Ophelia” di John Everett Millais

Ne “Il Labirinto del Fauno”, una bambina, Ofelia, crea un mondo parallelo, fatto di creature magiche, ma anche terrificanti, che la sorreggono dall’incubo del reale: il patrigno è uno spietato capitano franchista, la mamma, incinta del fratellastro, è a letto da mesi, in bilico fra la vita e la morte. Quando ho cominciato a lavorare nel mondo del fantastico ho pensato che questo mondo potesse avere facoltà riabilitative, potesse permettere, attraverso la metafora, di rielaborare il proprio personale lutto. Oggi non sono più così ambiziosa -ed arrogante-. Non considero più l’approccio al mondo del fantastico come un mezzo per trovare la via della guarigione e, specialmente, questo incontro varia da persona a persona, da carattere a carattere. Per Ofelia questo mondo è stato un balsamo lenitivo della angosce ma finirà per essere, beffardamente, la causa indiretta della sua morte. Il voler trarre un risultato da ogni esperienza ha portato, negli ultimi anni, la nascita di numerosi corsi -per bambini e adulti- che promettono lo sbocciare della creatività: “scopri il creativo che è dentro te stesso”. Come se, nell’angolo creativo del cervello, vi fossero le risposte della nostra esistenza. O come se essere creativi permettesse di vivere meglio. Non è detto. Anzi. La creatività può essere una bomba pronta a scoppiarci fra le dita.

“Melancholia” di Lars Von Trier

Miyazaky racconta: “…sono nato nel 1941, durante la guerra. Ero troppo piccolo per capire. Ricordo la nostra fuga da casa, a Utsunomiya, un centinaio di chilometri a nord di Tokyo , la notte in cui è stata bombardata: ho visto i miei ammucchiare di corsa pentole e vestiti in una carriola mentre mio padre mi caricava sulla schiena. Ma per me, allora, è stata la festa del cielo: non ero impaurito, ma stupito, incantato, davanti a quella notte improvvisamente spalancata dalle luci. Un’impressione visiva fortissima, che conservo ancora”. Questo aneddoto ben racconta quel che per me rappresenta il fantastico: un bombardamento visto attraverso gli occhi di un bambino; quella carneficina diventa, attraverso questo filtro, una “festa del cielo”. La fuga dei profughi diventa un’avventura, le bombe diventano fuochi d’artificio; un garage diventa una casa dei burattini, un pezzo di legno attaccato ad un fazzoletto diventa una creatura dell’altro mondo. E come dice sempre Miyazaky: “…nel mio cinema si sogna molto, ma la realtà ha sempre l’ultima parola”. Per questo, anche chi ama il fantastico come me e vi si aggrappa, deve anche saper accettare che, prima o poi, quelle splendide luci del cielo cadano verso il basso e diventino cenere. In attesa che altre rinascano.